Ciao, sono lo sport e sono un tipo semplice: da una parte le discipline olimpiche, dall’altra quelle paralimpiche. Facile, no? Se hai una disabilità fai le seconde, se non ce l’hai scegli tra le prime. Il catalogo è diviso in due e non ti venga in mente di attingere da quello “sbagliato”.
Bianco o nero. “Si è sempre fatto così e non vedo perché dovremmo cambiare.”
Poi arrivano i game-changer e tutto si complica, maledizione. Prendi la pallacanestro: persone che praticano uno sport “comune” anche se hanno una protesi a una gamba o una disabilità intellettiva. E no, non fanno “para-basket” o “handy-basket”: si mettono le scarpe, infilano il pallone nello zaino e vanno al playground sotto casa, sognando di tirare come Steph, palleggiare come Luka e volare come LeBron.
Oppure ci sono quelli che si comprano una sedia a ruote per giocare a basket in carrozzina anche se una disabilità non ce l’hanno. Perché lo fanno? Matti. Vogliono fare due sport in uno: essere fortissimi a basket e velocissimi su una sedia con le ruote scampanate e il telaio in carbonio.
Quando arrivano i game-changer, il gioco cambia davvero. Per sempre. Ogni volta che qualcuno rompe il muro della quotidianità, della regola scritta o non scritta, accade qualcosa di raro: nasce qualcosa di nuovo. O forse sarebbe più corretto dire che riemerge. Perché spesso quel “nuovo” c’è sempre stato, solo che lo consideravamo impossibile da vivere, condividere, apprezzare.
Mi chiamo Andrea De Beni e credo che il mondo meriti di più quando si parla di sport. Meriti contaminazione, opportunità, persone disposte a rischiare di sbagliare, di fare qualcosa di inutile, di non andare lontano mentre provano ad andare lontanissimo.
Una volta dissero a un ragazzo con la sindrome di Down che, a causa della sua condizione, non avrebbe potuto fare sport. Dal giorno dopo iniziò ad allenarsi. Non “un po’ di movimento”, non qualcosa di vago: iniziò a prepararsi per un Ironman. Nuoto, bici, corsa. Otto ore di gara, roba che mette in crisi i migliori atleti del mondo. Mi domando ancora oggi: non ha capito lui o non è stato chiarissimo il medico.
Quel ragazzo si chiama Chris Nikic e, cinque anni dopo quella prescrizione dettata più dalla conservazione di uno status quo che dalla capacità di vedere oltre, è diventato la prima persona con sindrome di Down a concludere un Ironman.
Un eroe? No. Solo qualcuno che ha letto la parola “impossibile” e l’ha trovata sospetta. L’ha messa in discussione. E, provando, ha sentito il rumore fragoroso di un muro che crolla.
Chi aveva costruito quel muro? Io. Tu. Noi. Loro. Tutti.
Perché ogni tanto al mondo serve un Chris Nikic che ci ricordi che esistono più possibilità della consuetudine, più colori del bianco o nero, più strade del “si fa o non si fa”.
Il mondo sarà un posto migliore quando un medico scriverà su una ricetta “un anno di allenamento” al posto di una sfilza indecifrabile di pillole e sciroppi.
Nella mia attività di formazione, il concetto di Diversità è cambiato. Un tempo era solo ispirazione e motivazione. Oggi è crescita personale e collettiva. Perché nessuno si motiva davvero guardando gli altri: puoi accendere una miccia, ma il fuoco è interiore.
La formazione, invece, lavora sui sistemi. E allora la diversità diventa un motore concreto: per la selezione del personale, per il wellbeing aziendale, per il marketing, per l’innovazione. Genera nuovi servizi, nuovi prodotti, nuovi mercati.
In parole semplici? Con la diversità si vive meglio. E si guadagna di più. Più a lungo.
Per farlo bisogna partire da lontano: dal pregiudizio. Chi non ne ha? Nessuno. È un processo cerebrale che serve a velocizzare le decisioni, basato su esperienze personali e contesto. Il punto non è distruggerlo, ma riconoscerlo. Accoglierlo. Respirare. E provare, almeno una volta, a riscrivere la stessa storia partendo da una pagina bianca.
È così che ci si allena davvero al cambiamento: una scelta alla volta, un rischio alla volta, una parola giusta alla volta.
Essere Industry Expert per RiminiWellness significa assumersi una responsabilità: aiutare persone e organizzazioni a guardare oltre ciò che “si è sempre fatto così”. Attraversare i pregiudizi e attraversare il corpo sono due facce della stessa trasformazione: cambiare il modo in cui leggiamo i limiti per scoprire nuove possibilità.
Nel mio lavoro con aziende, team e leadership, porto questi temi fuori dalla retorica e dentro i processi reali: cultura organizzativa, wellbeing, selezione, innovazione, performance sostenibile. Perché la diversità non è un valore astratto e l’imperfezione non è un ostacolo da mascherare, ma leve concrete di crescita, competitività e futuro.
RiminiWellness è il luogo in cui il movimento diventa linguaggio universale. Il mio ruolo è contribuire a tradurlo in visione, metodo e azione per chi costruisce ogni giorno prodotti, servizi e organizzazioni capaci di evolvere.
Se c’è una cosa che sport, corpo e impresa hanno in comune è questa: non vince chi è perfetto, ma chi sa adattarsi, imparare e continuare a muoversi.